La storia di Medio

La storia di Medio

Il modo migliore per leggere questa storia è con questa canzone in sottofondo 

 

Ascoltate il mio consiglio 😉

Ciao, il mio nome è Medio. Sono un tizio come tanti, di media statura, media lunghezza, media stazza e media intelligenza, almeno nel mondo delle dita. Beh, forse avrete capito, non appartengo alla schiera degli umani, al vostro livello, ma a quella delle dita.

Faccio parte di un corpo, del corpo di un uomo. Mi muovo nel suo corpo e per il suo corpo quando egli mi dà ordini. Siamo sempre andati d’accordo fino a quando un giorno cominciai a soffrire di uno strano morbo. Quando ormai tutti avevamo quarant’anni cominciai a fare degli strani movimenti, appena sentivo un accenno di musica, il juke-box di un bar, la suoneria del telefono, iniziavo a drizzarmi ed a fare strani movimenti.

Fu da quel giorno che il mio capo, il proprietario della testa, cominciò a tenermi nascosto. Ormai alle riunioni partecipavo sotto il tavolo e nei bar e per strada stavo sempre chiuso nelle tasche. Adoravo quelle del cappotto all’inizio, erano larghe e calde. Potevo ballare come mi pareva lì dentro. Nessuno poteva fermarmi, appena sentivo la musica io ballavo.

Finalmente la sera a casa aiutavo a togliere il cappotto, la cravatta, le scarpe e tutto il resto. Poi mi scatenavo in una danza senza sosta insieme al capo. Metteva dell’ottima musica e mi permetteva di bere con lui un ottimo vino rosso. Mi dispiaceva causargli quei problemi. Capivo che un dito medio che si muove e si drizza per strada, tra la gente, non gli faceva fare bella figura. Lui lo chiamava TIC, per me era una vibrazione che mi veniva da dentro e che non sapevo controllare.

Un giorno andai dal pollice, il più saggio fra tutti i miei compagni, e gli chiesi cosa fosse secondo lui. Chiese aiuto al suo fratello e addirittura scomodarono un alluce, ma non seppero rispondermi. L’alluce mi disse che anche lui ogni tanto ballava nella scarpa, ma lì nessuno poteva vederlo, tuttavia non lo faceva come me e non ci metteva tutta quell’enfasi, che proprio non capiva da dove venisse fuori. L’indice mi disse che tutti i suoi compagni, sulle mani degli altri, spesso mi indicavano perchè sembravo un tipo strano. Il mignolo rise tanto, del resto lui cosa poteva saperne, era solo un bambino. L’anulare, il più risoluto e taciturno di tutti mi disse di contenermi o il capo avrebbe continuato a tenere anche lui nelle tasche e questo non gli piaceva. Volevano tutti partecipare alla vita e toccare tutto quanto c’era da toccare. storia di medioMi vergognai tanto, cercavo supporto ed invece trovai un misto di compassione e incomprensione dai miei amici, perfino il mio cugino della mano sinistra non seppe dirmi altro che “Attento, così finisci male!”.

Mi rinchiusi in me stesso e vedevo il capo stare sempre più male per il mio comportamento, arrivò al punto da odiare la mia presenza e non solo non mi permetteva di mostrarmi al mondo, adesso evitava anche ogni tipo di musica. Ricordo ancora la suoneria del suo cellulare, la Romance in Fa Maggiore, opera numero 50 di Beethoven. Quando la sentivo iniziavo a vibrare, poi mi dimenavo verso l’alto e iniziavo a danzare come non mai, mi sentivo trasportare dalle note fino ad un punto di estasi totale in cui, dal piacere, sentivo una piccola lacrima scorrere sull’occhio del mio capo. Lui mi portava appena sotto la sua palpebra e la condivideva con me.
Ormai quei tempi erano finiti e sentii il mio capo dire che voleva consultare un esperto. Mi ritrovai nell’ufficio di vari medici e ogni volta mettevano della musica per vedermi danzare, ma nessuno riuscì a capire cosa mi prendesse. Dissero che doveva essere qualcosa di psicologico e grazie alle sorelle orecchie sentii che dovevamo andare da un espero di TIC nervosi. Sì, dissero proprio TIC… il nome con cui il capo chiamava la mia danza.

Arrivammo in un ufficio, una specie di salotto. Quando entrammo si sentiva in sottofondo la Romance in FA Maggiore, la nostra canzone, che bel caso…  Ci fecero stendere su un lettino ed io feci la danza più bella che avessi mai potuto fare in vita mia. Volteggiai, mi drizzai per aria e quasi mi staccai da quella mano per volare tra le note come una farfalla imbizzarrita nell’estasi più profonda. Quella volta il mio capo pianse, ma non condivise la sua lacrima con me, lo fece invece con un secco fazzoletto bianco, usando la mano sinistra.

Il medico, o qualunque cosa fosse, ci mese a nostro agio e ci fece rilassare, voleva fare una cosa che si chiamava Regressione. Sentii piano piano cader le forze e percepivo la mancanza di pensieri del mio capo. Mi teneva quasi penzolante come se fossi morto. La voce di quell’uomo lo guidava verso un posto senza ricordi. Ad un tratto, sotto la sua guida rividi, o forse rivedemmo, me sulla mano di un’altra persona. Era un suonatore di flauto traverso, eravamo lì e insieme suonavamo la Romance di Beethoven, io ed i miei nove fratelli. Percepii una lacrima su di me, anche se non riuscii ad avere la forza di comprendere cosa stesse accadendo. Ascoltai o forse suonai tutta la canzone, fino a quando il capo si svegliò ed io non c’ero più.

Rimasi a vagare tra quelle note e danzo ancora, di tanto in tanto percepisco il sapore salato di una lacrima e penso a lui, sperando che anch’egli pensi a me. [Riadattato da Un Bardotto purosangue]

Vi saluto.

Medio

 

Lucariello

 

 

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