Il vecchio capo tribù

Il vecchio capo tribù

 

Capo TribùIl sole risplendeva forte e la grande pianura sembrava non finire in nessun dove, non si capiva come l’orizzonte potesse riuscire a risucchiare quell’immagine immensa.

Il vecchio capo indiano stava sulla collina, guardava la sua tribù dall’alto. Ne era fiero. Ricordava di quando era ancora un fanciullo e suo padre, proprio su quella collina, gli disse che da quel giorno si sarebbe dovuto prendere cura dei suoi uomini e delle capanne, perchè lui, stava per lasciarlo. C’erano 27 capanne, la tribù era stata decimata da un incendio e fu duro, molto duro cavalcare quel cavallo selvaggio, per domarlo e riportare tutto alla normalità.

Adesso anche lui era vecchio, quasi saggio come suo padre. La tribù era cresciuta, era diventata enorme ed adesso c’erano 130 capanne. Al centro un enorme totem dove ogni sera si cenava accanto al fuoco. Ogni sera era fatta di danze, fumi, odori e tamburi battenti.

I cavalli scorazzavano sui prati, le donne raccoglievano legna per la sera e gli uomini tornavano dalla caccia, con i bimbi che correvano loro incontro. I piccoli avevano in mano archi e frecce fatte con rametti d’albero, facevano finta di scoccare, di cavalcare cavalli. Gridavano portando il palmo della mano alla bocca, come i grandi guerrieri… auha auha auha! auha auha auha! auha auha auha!

Il capo tribù li guardava e sorrideva, guardava i campi, il formicolio di gente. I suoi occhi brillavano di pianto, enormi goccioloni formavano chiuse pronte a straripare proprio appena sopra le sue palpebre. L’aria secca riusciva appena ad asciugare le lacrime poco prima che cominciassero a formare ruscelli sul suo viso bruciato dal sole… scuro… rosso come il tramonto che inghiottiva la giornata.

In disparte, appoggiato alla capanna più grande, c’era un ragazzotto, con un filo d’erba in bocca. Osservava i movimenti, i bimbi giocare, i guerrieri che tornavano dalla caccia e le donne raccogliere legna.

Dalla collina, il vecchio capo indiano portò le mani alla bocca e fece due fischi, uno dopo l’altro. Un suono secco, tridulo. Per un attimo tutta la tribù e perfino i cavalli si fermarono, come se il tempo avesse deciso di prendersi una pausa. Poco dopo, però, tutto tornò alla normalità e quel ragazzotto, sputato il filo d’erba cominciò a correre forsennatamente.

Salì sulla collina e raggiunto il capo indiano disse:

Padre, cosa posso fare? 

Il vecchio capo tribù disse:

Figlio mio, vieni, siedi accanto a me.Vedi tutto questo? Il mio respiro non lascerà presto il mio corpo, ma è arrivato il momento di salire in groppa al tuo cavallo, di prendere arco e frecce… di prenderti cura con me dei tuoi fratelli. 

Il ragazzo disse:

Padre, farò come tu dici. Ma ho paura, non è come giocare. Sarò abbastanza forte? 

Il capo indiano guardò suo figlio e disse:

Figlio mio, come credi che io abbia fatto in tutti questi anni, senza tua madre? Come credi abbia potuto render grande e forte questa tribù se non continuando a giocare e prendermi gioco di me stesso, facendo finta di essere infallibile, impeccabile ed invincibile?    

 

Vedi quel cavallo?  …quello dalla lunga criniera, vicino a quel cespuglio. Vai, prendilo, cavalcalo e torna da me, andremo a perlustrare la pianura prima di sera, prima che inizi la danza e la cena! 

 

Il ragazzo corse a prenderlo, gli saltò in groppa afferrando la lunga criniera. Il cavallo sbuffò come infastidito, poi obbedì. Corse verso il padre, il capo tribù, che nel frattempo era salito sul suo cavallo. Bastò uno sguardo e un Ahhhhhh! Ahhhhhh!

I due iniziarono a correre, sparirono dietro la collina. Si sentirono solo due voci che piano piano si allontanavano:

 

auha auha auha! auha auha auha! auha auha auha! 

auha auha auha! auha auha auha! auha auha auha! 

7 maggio 2011

Lucariello

 

 

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